lunedì 14 gennaio 2013

Primo Levi



(Torino 1919 - 1987)
Nato da genitori ebrei benestanti di tradizioni intellettuali studia al liceo classico Massimo D’Azeglio - ove si diploma nel 1937 - per poi iscriversi al corso di laurea in chimica della facoltà di Scienze dell’Università di Torino. A seguito dell'instaurazione delle leggi razziali che discriminano gli ebrei (cui viene vietato l'accesso alla scuola pubblica), Levi ha difficoltà a trovare un relatore per la sua tesi. Si laurea, tuttavia, nel 1941.
Impiegatosi a Milano presso una fabbrica svizzera di medicinali, nel 1942 entra nel Partito d’Azione e compie una breve esperienza da partigiano nella Val d’Aosta: catturato nel dicembre del 1943, è deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, dove resta dal febbraio ‘44 al gennaio ‘45. Rientrato avventurosamente a Torino, trova lavoro in una ditta di produzione di vernici ed inizia a dedicare un tempo via via maggiore alla scrittura.
Esordisce nella narrativa nel ‘47 con “Se questo è un uomo”: rifiutato dalla Einaudi ed uscito presso l’editore De Silva con poco successo, il romanzo viene tuttavia risarcito nel 1958, quando appare nella collana dei “Saggi” einaudiani.
Accostabile ai testi più significativi dedicati alla tragedia dell’Olocausto, quali il “Diario” di Anna Frank e “L’istruttoria” di Peter Weiss, “Se questo è un uomo” narra con occhio lucido, quasi entomologico (nello scrivere questo libro ho assunto deliberatamente il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore), l’inferno dei lager, gli orrori subiti da chi vi era internato, quale fu - per dirla con Bruno Bettelheim - “il prezzo della vita” per i sopravvissuti.
La traumatica esperienza segna per sempre l’autore, che continuerà a interrogarsi su di essa per quasi cinquant’anni (C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo soluzione al dilemma. La cerco ma non la trovo), sino alla tragica morte per suicidio.
Delle altre sue opere, è opportuno menzionare almeno “La tregua” (1963), cronaca dell’avventuroso ritorno a casa dopo la liberazione, che gli fa vincere il premio Campiello; “Il sistema periodico” (1975), costituito da storie ispirate dai vari elementi chimici; “La chiave a stella” (1978), ove si celebra la professionalità di un operaio e si raccontano i riti del cantiere e della fabbrica; “I sommersi e i salvati” (1986), in cui la riflessione sull'atroce esperienza dei campi di concentramento procede di conserva con un’analisi lucida dei guasti della società contemporanea.


Se questo è un uomo

"Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no"
Reduce da Auschwitz, nel 1947 Primo Levi pubblica “Se questo è un uomo”, il diario di prigionia che aveva iniziato a scrivere in campo di concentramento: una testimonianza sconvolgente dell’orrore dei Lager, un documento che ricostruisce l’umiliazione, l’offesa, la degradazione che annienta l’umanità prima ancora dello sterminio di massa. Come afferma l’autore nella prefazione, il libro nasce dal “bisogno di raccontare”, è in primo luogo una liberazione interiore, nata da quella “pena del ricordarsi” mirabilmente descritta nel capitolo “Die drei Leute vom Labor”.
L’esperienza di chimico permette all’autore di essere scelto come operaio specializzato e di avere accesso al laboratorio; qui, nei momenti di tregua, quando riesce a sottrarsi al vento e al freddo, egli sente “il vecchio feroce struggimento di sentirsi uomo”, quando “la coscienza esce dal buio” e la scrittura è un modo di fissare quell’esperienza disumana:

“Allora prendo la matita e il quaderno, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno”.

Gli appunti del laboratorio bisognava distruggerli, ma subito dopo la liberazione l’autore scrisse il libro perché i ricordi bruciavano ed è proprio sulla base del ricordo che si sviluppa la narrazione, fedele ricostruzione di quel mondo atroce che iniziava al di là del filo spinato del cancello del campo di concentramento, dopo la scritta Arbeit Macht Frei, il lavoro rende liberi, segno di confine tra umano e disumano.
All’interno del filo spinato, in cui si svolge gran parte del racconto, è come se i prigionieri fossero già morti, perché la vita del campo ne cancella la dignità d’uomini.
Ricordo, analisi asciutta e rigorosa della vita ad Auschwitz, che viene ricostruito nella sua topografia, nei suoi ritmi atroci, e anche monito, come annuncia la poesia Considerate che questo è stato, Se questo è un uomo è un’opera unica per la lucidità della memoria, la profondità della riflessione che aggiunge alla sofferenza personale una straordinaria qualità letteraria.
Il racconto narra due inverni terribili ad Auschwitz, dal ’44 alla liberazione, dalla deportazione narrata nel capitolo “Il viaggio” all’arrivo nel campo in “Sul fondo”, che racconta la perdita di identità, i prigionieri tatuati con un numero.
Nei capitoli successivi, la narrazione documenta i giorni e le notti, l’incubo del comando del risveglio Wstawàc, le morti, il freddo, la fame che portano alla progressiva “bestializzazione” dei prigionieri, nucleo del capitolo “Al di là del bene e del male” in cui emerge la legge del campo che è quella del più forte ed invita il lettore a riflettere su quanto del comune mondo morale potesse sussistere al di qua del filo spinato.
L’epilogo drammatico, “Storia di dieci giorni”, narra la disperata fuga di alcuni deportati in seguito all’abbandono del campo da parte dei tedeschi, che avevano compiuto la propria opera di distruzione nonostante la disfatta perché, come afferma l’autore nel diario di quegli ultimi giorni,

“parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non–umana l’esperienza di chi è stato cosa agli occhi dell’uomo”.
La tregua
Sognavamo nelle notti feroci/ Sogni densi e violenti/ Sognati con anima e corpo:/ Tornare; mangiare; raccontare.
Pubblicato nel 1963, “La tregua” è considerato uno dei capolavori di Primo Levi. Diario del viaggio verso la libertà dal campo di concentramento di Auschwitz, è il seguito di “Se questo è un uomo”. Un’odissea che attraversa le rovine dell’Europa liberata, attraverso la Russia, la Romania, l’Ungheria, l’Austria fino a Torino.
E’ un viaggio di ritorno verso la civiltà, lontano dall'annientamento umano del lager, che i reduci intraprendono con un senso di vergogna per quanto subito: “la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui”.
A poco a poco, in un susseguirsi d’avventure, i superstiti ritrovano le forze, si mescolano tra loro, si aiutano l'un l'altro perché sono "tornati ad essere delle persone", da Cesare, l’italiano che introduce l’autore nel mercato nero di Katowice, “amico di tutto il mondo, vario come il cielo, festoso, furbo e ingenuo, temerario e cauto, molto ignorante, molto innocente, e molto civile”, al Moro di Venezia, il grande vecchio che sembra uscito dall’Apocalisse, al piccolo Hurbinek, il bambino nato ad Auschwitz che non aveva mai visto un albero.
Nell’avvicinarsi a casa “in un silenzio gremito di memoria”, l’autore ricorda che di seicentocinquanta italiani che erano partiti ritornavano in tre, “vecchi di secoli, oppressi da un anno di ricordi feroci, svuotati e inermi”.
La prova del ritorno alla vita è carica d’angoscia, dopo “la tregua” dei mesi trascorsi in viaggio che sono stati “una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale ma irripetibile del destino", tra l’inferno del lager e il ritorno alla “normalità” perché sempre, oltre la famiglia e la casa ritrovata, esiste l’eco di "una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. È il comando dell'alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, Wstawac.

Carlo Emilio Gadda



Nato nel 1893 a Milano da una famiglia della media borghesia, compie nella città natale i suoi studi, iscrivendosi nel 1912 alla facoltà di ingegneria del Politecnico.
Partecipa, volontario, alla prima guerra mondiale: fatto prigioniero, trae dall’esperienza spunto per un “Giornale di guerra e di prigionia”, che sarà pubblicato nel 1955.
Laureatosi, svolge la propria professione in Italia ed all’estero.
Dal 1926, inizia a collaborare con la rivista “Solaria”, per le cui edizioni escono “La Madonna dei filosofi” (1931) e “Il castello di Udine” (1934), sue prime opere narrative.
Nel 1940 si trasferisce da Milano a Firenze e vi resta per un decennio: è del ‘44 “L’Adalgisa”, raccolta di racconti a carattere satirico sulla borghesia meneghina dei primi del secolo.
Dal 1950 è a Roma, dove lavora per un lustro ai servizi culturali del terzo programma radiofonico: nel corso di questo periodo, escono “Il primo libro delle favole” (1952) e “Novelle dal ducato in fiamme” (1953), grottesco sul periodo terminale del fascismo.
Nel 1957 (ma era già apparso a puntate, su “Letteratura”, nel 1946-47), dà alle stampe il suo primo capolavoro, “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”. Adoperando l’ossatura del giallo, Gadda compone uno straordinario ritratto dell’urbe capitolina immersa nel clima di debilitazione morale e ferocia endogena instaurato da Mussolini, di assoluta originalità il linguaggio, che ibrida magistralmente vari dialetti con lemmi e termini della lingua colta, in un impasto d’efficacia e potenza ineguagliabile.
Seguono i saggi, le divagazioni, le note a carattere autobiografico riunite ne “I viaggi la morte” (1958) e “Le meraviglie d’Italia” (1964), oltre a “I racconti. Accoppiamenti giudiziosi 1924-1958” (1963).
Nello stesso anno, compare in volume “La cognizione del dolore” , che si aggiudica il premio internazionale Formentor e viene accolta da entusiastici giudizi della critica. Ambientata in un immaginario paese sudamericano che lascia vedere in filigrana la toponomastica brianzola, la trama verte sulla figura dell’hidalgo Don Gonzalo - trasparente proiezione dell’autore medesimo - e del suo tormentato rapporto con la madre, altalenante fra il disprezzo ed una dolente forma di affetto. Espresso con le consuete pirotecnie linguistiche, il nucleo dell’opera risiede nel distacco dalla falsità della società neocapitalistica, raffigurata nei vuoti riti dei “beati possidentes”, cui si contrappone la pena figliata dalla consapevolezza, quel “male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato”. Tra i molti lavori minori successivi, spicca “Eros e Priapo” (1967), folgorante pamphlet  sui miti del ventennio fascista. Nel 1973, all’età di ottant’anni, Carlo Emilio Gadda si spegne a Roma.


Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Apparso in "Letteratura" nell'immediato dopoguerra, il “Pasticciaccio” fu scritto a Firenze nel ricordo dei soggiorni romani, ispirandosi ad un fatto di cronaca nera. Ambientato a Roma nel 1927, il romanzo è incentrato sulla figura del commissario Francesco Ingravallo, meglio conosciuto come "Don Ciccio":

“uno dei più giovani e invidiati funzionari della sezione investigativa. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e crespati che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sol d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata…vestito come il magro onorario gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero.”

Il commissario è una sorta di alter ego dello scrittore, animato da una profonda passione per la filosofia e da una visione del mondo personale basata sulla "molteplicità delle causali", ossia sul groviglio, lo "gnommero" in dialetto romanesco, di cause che determinano gli avvenimenti:

"sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico "le causali, la causale" gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia".

Don Ciccio deve risolvere il caso di un furto in via Merulana 219 e l'assassinio di Liliana Balducci, sua amica e inquilina del palazzo. Il giallo resta senza soluzione, con una molteplicità di possibilità aperte che rispecchiano in modo paradossale la visione dell'esistenza del commissario.
Attraverso l'uso di un registro linguistico tutto nuovo, Gadda si scaglia contro la società burocratica e ottusa della borghesia fascista ed i suoi falsi miti: in particolare, quello della famiglia, che, dietro l'aspetto solido, nasconde violenza e sopraffazione.
Attratto dalla complessità del mondo, l'autore usa la letteratura come forma di conoscenza e la lingua come strumento d’analisi: da qui, la creazione di un linguaggio "mimetico" del reale che ne riflette voci, inflessioni, dissonanze.



La cognizione del dolore

“La cognizione del dolore”, l'opera più autobiografica della produzione gaddiana, pubblicata parzialmente a puntate su “Letteratura” tra il 1938 e il 1941, appare per la prima volta in volume nel 1963.
Al centro del romanzo, costruito su un complesso intreccio, è il dramma di Gonzalo, malato nell’anima di un "male oscuro": un misantropo radicale, cresciuto nel dolore a causa della dura educazione, le ristrettezze economiche, la morte del padre, e quella del fratello in guerra. Gonzalo si sente oltraggiato, “respinto”, dalla vita, e reagisce, per difendersi, rifiutando tutti gli altri, colpevoli di non aver conosciuto il "lento pallore della negazione".
La “rancura” di Gonzalo è particolarmente violenta nei confronti della causa principe del male, la Madre, responsabile, tra l'altro, della dispersione dei pochi beni superstiti della famiglia. Nasce così il "pensiero orribile" di punirla, infliggendole una morte violenta per mano di terzi. La madre, però, almeno per un momento, nel delirio dell’agonia, ingannata dalla somiglianza di statura e di corporatura tra Gonzalo ed il vero aggressore, crederà "di essere stata uccisa dal figlio". L'identità della mano omicida non viene svelata: resta "il dolore eterno".
Il prologo colloca la vicenda tra il 1925 e il 1933, in un immaginario paese ispanofono sudamericano, il Maradagàl, da poco uscito da una "aspra guerra" con il vicino Parapagàl. In Maradagàl è obbligatoria l'adesione a "associazioni provinciali di vigilanza per la notte", Nistitúos, per evitare ritorsioni spietate, furti, aggressioni e forse omicidi; oltre al ricordo dello squadrismo, i Nisitúos simboleggiano gli obblighi gratuiti, le coercizioni infondate, i vincoli alla libertà personale detestati dall'autore.
Gonzalo abita con la madre in una villa, in cui si riconosce l'esplicito cenno autobiografico alla villa di Longone in Brianza, dimora di Gadda, diventata immagine della sua straziante, "incenerita giovinezza".
Il racconto si svolge, poi, in sei scene:
ü  la visita medica, che è essenzialmente un dialogo a carattere filosofico tra Gonzalo e il medico condotto del paese;
ü  la scena del temporale, in cui viene rappresentata la quotidianità dolorante della madre in uno dei tanti pomeriggi sempre identici di fine estate, interrotto da un acquazzone;
ü  la scena della sera, in cui il protagonista torna dalla città e davanti a una misera cena riflette sulla propria condizione, dall’allucinata evocazione del destino degli “altri”, degli “arrivati”, dei favoriti dalla sorte
ü  la meditazione sulla propria non-vita
ü  La parte finale si divide tra: il pomeriggio in villa in cui il protagonista minaccia di morte la madre
ü  e la notte dello stesso giorno dell'aggressione.
Nella “Cognizione del dolore”, attraverso la figura dell'ingegnere Gonzalo Pirobutirro, l'autore ricerca le ragioni "oscure e vivide" del suo atroce rancore di figlio dalla natura "difettiva", del suo odio verso l'ipocrita "imbecillaggine generale del mondo" e della sua tragica, "orrida solitudine" con un linguaggio che unisce italiano letterario e aulico, dialetto lombardo popolare e borghese, spagnolo, ricco di tecnicismi, arcaismi e neologismi, trasmettendo al lettore terribili e straordinarie emozioni. 

domenica 13 gennaio 2013

Italo Calvino



Nasce nel 1923 a Santiago de Las Vegas; con la sua decisa razionalità e senza mai rinunciare ad una spiccata formazione laica, fu uomo che seppe cogliere le novità, non solamente culturali, che il suo tempo seppe offrirgli.
Nel 1925 la famiglia Calvino, in seguito alla nomina del padre Mario Calvino come direttore della stazione sperimentale di Floricoltura, torna a San Remo. Qui il giovane Calvino vivrà fino all’età di vent’anni.
E proprio questa esperienza e la tradizione familiare lo spingeranno, concluso il liceo, ad intraprendere studi di Agraria.
Interrotti gli studi per sottrarsi all’arruolamento forzato, dopo l’8 Settembre del 1943 si unisce ai partigiani della Brigata Garibaldi vivendo così in prima persona l’esperienza della guerra. Nasce in questo contesto la sua prima opera Il sentiero dei nidi di ragno.
Nel 1944 chiede di essere introdotto al PCI, partito del quale diviene attivista l’anno successivo. Inizia in questo periodo la sua attività letteraria con la pubblicazione di brevi testi su periodici e riviste.
Nel 1947 laureatosi alla facoltà di Lettere di Torino con una tesi su Joseph Conrad, collabora al “Politecnico” di Vittorini ed entra a far parte della casa editrice Einaudi.
Nel 1950 è assunto definitivamente come redattore all’Einaudi. Nella stessa Einaudi lavorerà per tutti gli anni ’50 e ’60 collaborando a diverse riviste.
Viene riconosciuto come il più originale tra i giovani scrittori del panorama letterario Italiano in seguito alla pubblicazione della raccolta di Racconti.
Nel 1951 compie un viaggio nell’allora Unione Sovietica. Nello stesso anno viene pubblicato La strada di San Giovanni.
L’anno successivo pubblica Il Visconte Dimezzato suscitando polemiche e reazioni contrastanti.
L’anno successivo ancora, il 1953, Calvino scrive La Giornata di uno Scrutatore opera che verrà pubblicata solo dieci anni dopo.
Nel 1956 scrive Fiabe Italiane e successivamente a questo viene pubblicato Il Barone Rampante. In quello stesso anno lascia il partito. Nel 1959 è la volta de Il Cavaliere Inesistente terza opera di una trilogia che nel successivo 1960 raccoglierà, sotto il nome di I Nostri Antenati, Il Cavaliere Inesistente, Il Barone Rampante e Il Visconte Dimezzato.
Nel 1963 pubblica Marcovaldo.
Nel 1964 si sposa a L’Avana con Esther Judith Singer.
L’anno dopo nasce la figlia Giovanna e vengono pubblicate Le Cosmicomiche a cui segue T con Zero entrambi segni della sua giovanile passione per le teorie cosmologiche.
Nel 1966 muore l’amico Vittorini, l’anno seguente si trasferisce a Parigi con la famiglia.
Nel 1972 pubblica Le Città Invisibili e Sotto il Sole Giaguaro.
Il 1973 è l’anno del completamento de Il Castello dei Destini Incrociati che denota il suo nuovo interesse per i problemi legati alla semiotica e alla letteratura combinatoria.
Nel 1974 inizia a scrivere racconti sul Corriere della Sera e poi su Repubblica, collaborazione questa che durerà fino al 1984.
Nel 1978 muore la madre, aveva novantadue anni.
Nel 1979 pubblica Se una notte d’Inverno un Viaggiatore, romanzo che ancora una volta denota l’interesse per la caratteristica combinatoria.
Poco dopo, nel 1980 una raccolta dei suoi Saggi più importanti viene pubblicata con il titolo di Una Pietra Sopra e nello stesso anno si trasferisce a Roma.
Nel 1983 pubblica Palomar, una serie di racconti ricchi di “disillusa amarezza” e l’anno dopo presso Garzanti, pubblica Collezione di Sabbia.
Nel 1985 poiché invitato a tenere una serie di lezioni a Cambridge alla Haward University, prepara Lezioni Americane che verranno pubblicate postume nel 1988.
Calvino, colpito il 6 Settembre da ictus, muore a Castiglione di Pescaia nella notte fra il 18 e il 19.


Il sentiero dei nidi di ragno

Nel 1946, all’indomani della Resistenza, Italo Calvino è un giovane scrittore alle prime armi, che traspone l’esperienza della guerra partigiana in un romanzo destinato a diventare uno dei capolavori della letteratura dell’epoca, “Il sentiero dei nidi di ragno”.
L’approccio dell’autore alla Storia è del tutto nuovo: il punto di vista della narrazione è quello d’un bambino, una volontaria regressione che permette di raccontare la guerra partigiana da una lontananza notevole e senza strumenti etici definiti, perché i bambini non hanno una chiara coscienza del bene e del male. E’ così che Pin osserva il mondo dei grandi, favoloso e pieno di misteri, come lo sono gli amplessi della sorella, il suo amante che è un soldato fascista con la pistola, le riunioni nei boschi d’uomini che sembrano mettere in scena un gioco complicato e pericoloso. E’ il gioco della guerra, a cui Pin vuole partecipare, con la testardaggine e l’ingenuità dei bambini, un gioco che non capisce e che smaschera con i suoi scherzi beffardi.
Pin ha circa dieci anni, ha perso i genitori, vive con la sorella che fa la prostituta, lavora presso la bottega di un calzolaio mentre il padrone è in prigione e desidera piacere ai grandi, al punto da fare una scommessa che gli costerà cara: per vincere, ruba la pistola all’amante della sorella, la favolosa P38 e la nasconde nel suo luogo segreto, il sentiero dei nidi di ragno che è per lui un rifugio e una “palestra” di crudeltà. Qui vige la legge della natura selvatica e incontaminata, qui il bambino replica ciò che vede fare ai grandi, applica il diritto del più forte massacrando rane, ragni e grilli. La bravata della pistola conduce Pin in prigione, e poi, in seguito all’evasione con il partigiano Lupo Rosso, nel cuore della Resistenza, sulle montagne liguri. Qui Pin incontra un Amico, una persona di cui finalmente si può fidare, il partigiano Cugino, un omone grande e grosso, col suo mantello e le mani che sembrano fatte di pane, il primo a cui svelerà il segreto sentiero dei nidi di ragno. Ironia, e crudeltà, della sorte, sarà proprio Cugino ad essere incaricato di uccidere la sorella di Pin, spia per i tedeschi, secondo quelle logiche della Storia incomprensibili al bambino. Ma la certezza di aver trovato un Amico con cui condividere i propri pensieri, un uomo altrettanto ferito, tradito dalla Storia, basta a Pin per andare avanti.
(la canzone dei Modena city Ramblers dedicata al romanzo)


Trilogia: I nostri antenati

La trilogia “I nostri antenati” nasce quasi per scherzo: all'indomani del dopoguerra, Calvino si rende conto che il neorealismo non basta più per spiegare la realtà complessa, diversificata che si va formando ed opta per fantasia e inverisimiglianza.
E’ del 1952 "Il visconte dimezzato", storia di Medardo di Terralba, diviso a metà da una cannonata turca. L'immagine dell'uomo dilaniato e mutilato diviene simbolo della condizione dell'individuo contemporaneo che, inconsapevolmente, lotta contro se stesso: come il carpentiere Mastro Pietrochiodo, che fabbrica strumenti di tortura su ordine del visconte. Nonostante gli dispiaccia molto che detti strumenti infliggano pene terribili ai suoi simili, poiché non è un uomo malvagio di natura, la passione per il proprio lavoro lo spinge a progettare e costruire macchine sempre più feroci.
Nel 1957, l'autore si cimenta con una storia dello stesso stampo, "Il barone rampante": collocato a conclusione dell'opera, è senz'altro il segmento più riuscito della trilogia. Tema di fondo della composizione è il rapporto tra la coscienza individuale ed il corso della storia, che il barone rappresenta emblematicamente: un uomo che è maturato e che ha il coraggio di rifiutare la tirannia appartandosi in una vita fuori dal mondo, con una paradossale attenzione verso le opere e i dolori degli uomini. In "Il barone rampante", Calvino dà spazio alla sua vena poetica e crea momenti d’intenso lirismo, come nella descrizione della bellezza di un albero visto dall'interno.
Nel 1959, l'autore scrive "Il cavaliere inesistente" (1959), portando alle estreme conseguenze l'ispirazione fantastica ed inverisimile: si tratta del romanzo più cervellotico della trilogia. Agilulfo è un nobile e prode paladino che combatte strenuamente al servizio di Carlo Magno, ma in realtà non esiste: sotto l'armatura c'è solo una cavità di metallo. Il guerriero è inesistente perché è come un automa che obbedisce alle regole senza porsi interrogativi, senza un proprio carattere. Il personaggio tratteggiato da Calvino rappresenta l'individuo che si conforma ad idee e schemi preconcetti e va avanti per inerzia: una tipologia molto diffusa, frutto dell'alienazione del mondo moderno. La vicenda del cavaliere che non c’è è la più negativa e completa, per contrasto, le altre due storie. Nella trilogia assume valore di prologo; così la parabola, pur pessimistica, dell’inadeguatezza dell’uomo e della sua incapacità di scegliere e distinguere tra bene e male, pare lasciare uno spiraglio all’ottimismo. Dal nulla dell’armatura vuota si giunge alla consapevolezza del barone, che, per quanto fuori dal mondo, è comunque qualcosa.


Se una notte d'inverno un viaggiatore

Scritto nel 1979, dopo sei anni di silenzio, “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è il lavoro più innovativo di Italo Calvino che, cimentandosi con le teorie letterarie dell’epoca, costruisce una struttura complessa e raffinata in cui si intrecciano molte storie, nella forma di un metaromanzo ricco e vario.
Come sintetizza nella premessa (“Credete di leggere ‘Se una notte d'inverno un viaggiatore’. E invece no.”), l’autore gioca con il lettore trascinandolo in dieci storie diverse che s’interrompono ad ogni capitolo, dieci incipit immaginari di romanzi che esauriscono le possibilità dei generi letterari in cui Calvino si cala con maestria. Filo conduttore e cornice alla narrazione, è la storia del lettore e della lettrice: incontratisi in libreria ed entrambi incappati in questa specie di scherzo della casa editrice, che ha pubblicato “Se una notte d’inverno un viaggiatore” con un testo che non è quello, cercano di scoprire il mistero, di rimettere insieme il romanzo e di mettersi insieme loro, tanto più che il lettore si è innamorato della lettrice a prima vista.
“ ’Se una notte d’inverno un viaggiatore’ è un romanzo sul piacere di leggere - secondo la definizione che l’autore ne ha dato in una conferenza a Buenos Aires - protagonista è il lettore che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. Ho dovuto dunque scrivere l'inizio di dieci romanzi d'autori immaginari. Tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro." E il risultato è un’opera originale e perfetta, che diverte e coinvolge dalla prima all’ultima pagina, mettendo in scena i trucchi e le trappole della scrittura.

Beppe Fenoglio



Giuseppe Fenoglio detto Beppe (Alba, 1 marzo 1922 – Torino, 18 febbraio 1963) è stato uno scrittore, partigiano, traduttore e drammaturgo italiano.
Primogenito di tre figli, Beppe nacque ad Alba nelle Langhe il 1º marzo 1922 da Amilcare, garzone di macellaio di fede socialista e seguace di Filippo Turati, e da Margherita Faccenda, donna di forte carattere che ambiva per i suoi figli una vita migliore della propria. Nel 1928 il padre riuscì a mettersi in proprio, acquistando una macelleria in piazza del Duomo che gli fornì buoni proventi.
Da bambino, Beppe frequentò la scuola elementare "Michele Coppino" di Alba e si dimostrò un bambino intelligente e riflessivo, anche se affetto da lieve balbuzie. Terminate le scuole elementari, la madre, su consiglio del maestro e malgrado le persistenti ristrettezze della famiglia, iscrisse il figlio al Liceo Ginnasio "Govone" di Alba. Successivamente si trasferì per un breve periodo a Cantello dove visse alcuni anni della sua adolescenza e dove lavorò nei campi d'asparagi come contadino.
Alunno modello e appassionato della lingua inglese, fu lettore vorace e iniziò anche alcune traduzioni, che dovevano rivelarsi le prime di una lunga serie. Al liceo ebbe come insegnanti professori illustri e per lui indimenticabili, come Leonardo Cocito, insegnante di lingua italiana, che aderì tra i primi alla Resistenza e fu poi impiccato dai tedeschi il 7 settembre del 1944, e Pietro Chiodi, docente di storia e filosofia, grande studioso di Kierkegaard e di Heidegger, in seguito partigiano, compagno di Cocito stesso, e che invece fu deportato in un campo di concentramento tedesco.
Nel 1940 si iscrisse alla facoltà di Lettere dell'Università di Torino, che frequentò fino al 1943, quando fu richiamato alle armi e indirizzato prima a Ceva (Cuneo) e poi a Pietralata (Roma), al corso di addestramento per allievi ufficiali.
Dopo lo sbandamento seguito all'8 settembre 1943, Fenoglio nel gennaio del 1944 si unì alle prime formazioni partigiane. In un primo momento si aggregò ai "rossi" delle Brigate Garibaldi, ma presto passò con gli autonomi o badogliani del 1º Gruppo Divisioni Alpine comandata dal Enrico Martini "Mauri" e della sua 2ª Divisione Langhe, brigata Belbo, comandata da Piero Balbo "Poli" ed operante nelle Langhe, tra Mango, Murazzano e Mombarcaro. Partecipò allo sfortunato combattimento di Carrù e all'effimera esperienza della Libera Repubblica partigiana di Alba, indipendente tra il 10 ottobre e il 2 novembre 1944.
Alla fine della guerra, Fenoglio riprese per un breve tempo gli studi universitari prima di decidere, con grande rammarico dei genitori, di dedicarsi interamente all'attività letteraria. Nel maggio del 1947, grazie alla sua ottima conoscenza della lingua inglese, fu assunto come corrispondente estero di una casa vinicola di Alba. Il lavoro, poco impegnativo, gli permise di contribuire alle spese della famiglia e di dedicarsi alla scrittura. Morì il 18 febbraio 1963.
Il suo romanzo più noto, Il partigiano Johnny, fu pubblicato postumo nel 1968.

La malora
Pubblicato nel 1954, “La malora” è l’opera più matura di Fenoglio sul tema della vita nelle Langhe, su quel mondo contadino che era stato centrale nei racconti della raccolta “Un giorno di fuoco”. Emilio Cecchi scriveva nel 1963 che “La malora” e “Una relazione privata” erano “destinate a rimanere fra le più alte e concrete espressioni non soltanto dell’arte di Fenoglio ma di tutta la nostra narrativa del Novecento”. E, indubbiamente, “La malora” è una delle opere più riuscite del Neorealismo in quanto è la rappresentazione di un mondo di miseria e violenza “dall’interno”, riprodotto senza il filtro della memoria ed il ricorso alla mimesi dialettale. L’operazione compiuta da Fenoglio a livello espressivo e stilistico ha prodotto, infatti, un linguaggio che è la trasposizione artistica della durezza del mondo narrato e che racchiude tutto il senso dolente del vivere.
”Avevo appena sotterrato mio padre e già andavo a ripigliare in tutto e per tutto la mia vita grama; neanche la morte di mio padre valeva a cambiarmi il destino.” Così Agostino Braida, nell’incipit del romanzo, afferma la propria miseria. Nel cimitero di San Benedetto Belbo dove è sepolto il genitore, il ragazzo ricorda i momenti più drammatici della propria esistenza, ma non cede allo sconforto: con quella durezza del carattere, che è la durezza della terra, Agostino riconosce l’ineluttabilità della sofferenza e accantona l’idea del suicidio che gli era balenata in testa (“E allora potevo tagliare a destra, arrivare a Belbo e cercarvi un gorgo profondo abbastanza. Invece tirai dritto, perché m'era subito venuta in mente mia madre, che non ha mai avuto nessuna fortuna, e mio fratello che se ne tornava in seminario con una condanna come la mia”).
La sua esistenza è colpita dalla “malora” come la sua terra, la collina poco fertile che offre scarso cibo e richiede il lavoro duro, la lotta per la sopravvivenza che Agostino ha sperimentato da bracciante al Pavaglione, presso la famiglia di Tobia Rabino; quando il padre, per un misero compenso, lo cedette al mercato visto che era il più forte e volenteroso dei suoi tre figli mentre Stafano, il più grande, era stato chiamato a fare il militare ed Emilio, il più sensibile, era andato in seminario ad Alba. Al Padiglione i rapporti umani non esistono: è la violenza, la gerarchia del denaro, la necessità a determinarli; la malora non risparmia nessuno, nemmeno l’amore. Infatti, quando Agostino incontra Fede, una ragazza assunta per assistere la padrona malata, gli sembra di ritrovare l’allegria, la giovinezza che non aveva mai conosciuto ed arriva persino ad immaginare una vita diversa, ma la ragazza è costretta ad un matrimonio d’interesse. Agostino non sopporta più di stare al Padiglione e torna a casa: la terra dei Braida è rimasta pochissima, il lavoro sarà duro ma Agostino non ha paura, sa che ce la farà.

Una questione privata
Pubblicato postumo nel 1963, rimasto incompiuto, “Una questione privata” suggella tutta la produzione narrativa di Beppe Fenoglio ispirata alla Resistenza, specchio del dolente e tragico senso del vivere dell’autore. Più che la componente politica ed ideologica, egli infatti approfondisce la tematica esistenziale incentrando la storia sull’amore, sentito come struggente disperazione, e dà della Resistenza una rappresentazione vera, priva di intenti celebrativi o moralistici: è la realtà della morte, della violenza, del caso, degli individui. Come scriveva Calvino nella prefazione a “Il sentiero dei nidi di ragno” (1971), “Una questione privata” è un libro “costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come non mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia”.
Milton è un giovane partigiano che, tornato nei pressi di Alba per un’azione, rievoca l’incontro con Fulvia, la ragazza torinese che aveva conosciuto due anni prima, e ricorda l’amore che aveva sentito germogliare, tra letture e musica, nella villa della famiglia di lei che ora è abbandonata. Appreso dalla custode che la giovane era solita incontrare Giorgio, loro comune amico, Milton sprofonda nell’angoscia, per l’amore di Fulvia, per l’amicizia di Giorgio, che forse l’hanno tradito, e sente il bisogno ossessivo di conoscere la verità. E’ così che, tra la nebbia della Langhe, tra il fango, Milton inizia la propria ricerca disperata e scopre che Giorgio è stato catturato dai fascisti ad Alba; organizza allora uno scambio facendo prigioniero un sergente fascista, ma è poi costretto ad ucciderlo. Determinato, ossessionato dal bisogno d’amore, turbato dallo spettro del tradimento, Milton non si rassegna e ritorna alla villa nella speranza di incontrare Fulvia; s’imbatte invece in una colonna fascista che lo costringe ad una fuga disperata, in lotta con la natura e per la sopravvivenza, fino a crollare (“Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò”).

Il partigiano Johnny
“Alba la prendemmo in duemila il 10 ottobre e la perdemmo in duecento il 2 novembre del 1944.”
Romanzo avventuroso, d’azione e di passioni, “Il partigiano Johnny” - pubblicato postumo, incompiuto, nel 1968 - è una delle rappresentazioni più originali e riuscite della Resistenza.
La cifra poetica dell’autore eleva a paradigma esistenziale ed universale l’esperienza storica e personale della lotta partigiana.
Johnny è uno studente di Alba che aderisce alla Resistenza dopo l’8 settembre 1943 (“Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana”) e vive la lotta come una scelta assoluta, si sente un “partigiano in aeternum” che combatte contro un nemico assoluto. E’ significativo che Johnny militi prima tra i partigiani Rossi e poi tra gli Azzurri: la sua scelta non è ideologica, bensì esistenziale. Così anche le lusinghe dell’amore gli appaiono un’inutile distrazione, un tradimento della causa e la passione per Elda è solo passeggera. Il suo mito è il comandante Nord, che crede nella buona guerra e sa incitare i compagni. In seguito alla disfatta di Alba, Johnny andrà addirittura incontro alla morte, ignorando gli ordini dei superiori, in una pericolosa ed inutile imboscata alla vigilia della Liberazione, per fedeltà verso i suoi vecchi compagni. L’avventura del protagonista è quella della guerra, ma è pure quella dell’uomo che cerca se stesso attraverso lo scontro con la violenza, con il dolore, con la morte. Johnny è solo, ha rifiutato l’ambiente familiare borghese e non sa più trarre giovamento nemmeno dalla comodità di un letto; la sua vita, e la sua morte, hanno senso solo tra i boschi in cui ha combattuto, tra quegli alberi che Fenoglio ha reso umani riflettendovi i sentimenti degli uomini.